(ITA) Brexit: cosa succede adesso?

Il Regno Unito ha votato per lasciare l’Unione Europea. Al processo è stato dato il nome di Brexit. Ecco quello che succederà da adesso in poi.

La storia finora

Alle 6:00 (ora inglese, quindi un’ora indietro da quella di Roma) del 24 giugno è stato confermato che il Regno Unito ha votato per lasciare l’Unione Europea. La prima cosa da sottolineare è che gli inglesi non usciranno subito. La nazione è ancora membro dell’Unione e lo resterà ancora per qualche anno. Ma il voto ha già scatenato una serie di eventi.

Agli inglesi serve un nuovo Primo Ministro

(Immagine: Getty)

Nel suo discorso fuori Downing Street, David Cameron ha detto che il governo rispetterà la volontà degli inglesi e ha rassicurato, i quasi 3 milioni di cittadini europei che vivono nel Regno Unito, che non saranno coinvolti in modo negativo in questo risultato. 

Anche se il Primo Ministro doveva restare al n.10, come dicono gli inglesi “ to steady the ship”, per stabilizzare la nave, Mister Cameron ha deciso per le dimissioni, in autunno. La motivazione: “ I’m not the right captain to steer the country to its next destination”, (non sono il capitano giusto per guidare il paese verso la prossima destinazione) ha detto nel suo discorso agli inglesi. (Clicca qui per vedere il video integrale sulle dimissioni di Cameron).

E così un nuovo leader conservatore e Primo Ministro dovrebbe essere eletto entro il 9 settembre.

Per scegliere chi sarà il nuovo PM, secondo le regole del partito, i deputati conservatori tengono una serie di votazioni, alla fine delle quali restano solo i due candidati più popolari. Questi entreranno poi in un ballottaggio tra di loro, e tutti i membri del Partito conservatore avranno diritto al voto. Questo sistema è stato lo stesso usato per eleggere Cameron nel 2005.

I Laburisti seguiranno l’esempio?

LONDON, ENGLAND – APRIL 23: Il leader del Partito laburista Jeremy Corbyn se ne va dopo l’incontro con il presidente degli Stati Uniti Barack Obama, dopo aver parlato al Royal Horticultural Halls il 23 aprile 2016 a Londra, Inghilterra. Obama ha anche visitato 10 Downing e ha tenuto una conferenza stampa congiunta con il Primo Ministro britannico David Cameron, dove aveva espresso parere favorevole per per il Regno Unito a rimanere all’interno dell’Unione Europea. (Photo by Matt Cardy/Getty Images)

Il leader laburista Jeremy Corbyn ha subito forti pressioni dall’interno del partito per riconsiderare la sua posizione, ma ha insistito sul fatto che non si dimetterà.

I deputati hanno approvato una mozione di sfiducia nei confronti di Corbyn, accusandolo di avere avuto una leadership debole durante la campagna referendaria. Il leader laburista dall’altro lato cerca di colmare le lacune del suo gabinetto ombra dopo un’ondata di dimissioni. “Coloro che vogliono cambiare la leadership dei laburisti dovranno presentarsi a un’elezione democratica, in cui io sarò un candidato”. Ha detto Corbyn.

I critici speravano che il voto e le dimissioni del PM lo avrebbero portato a dimettersi volontariamente, ma non lo ha fatto.

La reazione dei mercati

(Immagine: AFP)

Oltre alle reazioni politiche non potevano non mancare quelle finanziarie

L’indice FTSE 100 londinese è sceso dell’8% dopo l’apertura dei mercati venerdì scorso. C’è stato un grande sell-off di azioni bancarie con Barclays e RBS che a un certo punto sono scivolate oltre il 30 per cento. Alla fine delle negoziazioni, l’indice si è ripreso, chiudendo in ribasso del 2,8 per cento. Sempre lo stesso giorno, l’indice FTSE 250 ha chiuso in rosso con il 7 per cento.

Il valore della sterlina è stato colpito duramente anche sui mercati dei cambi, cadendo ai minimi storici dal 1985. Ha toccato 1,3305 dollari, un calo di oltre il 10%, anche se ha recuperato leggermente per chiudere al 9% a 1,36 dollari.

Per cercare di calmare i mercati il Cancelliere George Osborne, prima che lunedì aprissero le borse, ha dichiarato che il Regno Unito è pronto ad affrontare il futuro “da una posizione di forza” e ha indicato che non ci sarà un budget di emergenza immediato.

Ha detto, poi,  che ci sarebbe ancora bisogno di un “aggiustamento” dell’economia britannica, ma è “perfettamente sensato aspettare un nuovo Primo Ministro” prima di intraprendere qualsiasi azione di questo tipo.

Il governatore della Banca d’Inghilterra Mark Carney – che probabilmente emergerà come figura chiave nei prossimi giorni – ha detto che ci si potrebbe aspettare una certa “volatilità del mercato e dell’economia” sulla scia del voto di Brexit, ma la Banca è pronta ad affrontare ogni situazione.

Il governatore ha poi sottolineato che sarà disponibile ad offrire tutta l’assistenza necessaria per garantire la stabilità finanziaria, tra cui 250 miliardi di sterline di liquidità extra per il sistema bancario e il potenziale sostegno alla sterlina.

I leader delle imprese hanno fatto appello alla calma, ma anche a una maggiore chiarezza su come procederà il processo di uscita dall’UE e su chi la guiderà. Alcune aziende hanno detto che rivedranno i loro investimenti nel Regno Unito.

La risposta dei leader europei

I capi di governo in posa per la foto di gruppo prima del summit di Bruxelles, il 28 Giugno 2016. (Immagine: AP)

Tutti i leader dell’UE volevano che il Regno Unito rimanesse nell’Unione. Dopo il Referendum sono iniziati a Bruxelles e nelle capitali europee riunioni convocate in fretta e furia su come affrontare le conseguenze della decisione del Regno Unito. I leader di Germania, Francia e Italia si incontreranno lunedì in vista di un vertice UE alla fine di questa settimana.

Il presidente del Consiglio europeo Donald Tusk ha lanciato un appello per l’unità tra gli altri 27 membri dell’UE, affermando che il voto è storico ma “non è un momento per reazioni isteriche”. Il leader tedesco Angela Merkel ha detto che il voto è stato “deplorevole” e un “momento di svolta” per l’UE.

Quello che accadrà dopo è difficile da prevedere. Una lunga e dura strada di negoziati tra il Regno Unito e l’UE ci chiama, anche se non è chiaro quando questo processo – che probabilmente richiederà anni – inizierà. Il governo tedesco ha detto che la Gran Bretagna dovrebbe avere un ragionevole lasso di tempo per negoziare il suo ritiro.

I leader dell’UE sono particolarmente preoccupati per la prospettiva di un “contagio”, con la decisione del Regno Unito che già alimenta le richieste dei partiti populisti e anti-UE in Francia e nei Paesi Bassi per i propri referendum sull’adesione all’UE.

Il processo di uscita

Esiste un procedimento legale per il ritiro dall’UE – sancito dall’articolo 50 del Trattato di Lisbona del 2009 – finora mai invocato.

Il Primo Ministro inglese ha detto che dovrebbe essere il suo successore a decidere quando attivare l’articolo 50 notificandolo al Consiglio Europeo. 

Una volta fatto questo, il Regno Unito sarà tagliato fuori dal processo decisionale dell’UE e non ci sarà modo di tornare indietro se non con il consenso, unanime, di tutti gli altri Stati membri.

L’uscita dall’UE non è un processo automatico – deve essere negoziato con i 27 membri rimanenti e poi, sempre da loro, approvato a maggioranza qualificata. Questi negoziati dovrebbero essere completati in due anni, anche se molti ritengono che ci vorrà molto più tempo. Il Parlamento Europeo ha un veto su ogni nuovo accordo tra UK e UE.

Gli attivisti di Leave hanno detto che non c’è bisogno di far scattare immediatamente l’articolo 50, suggerendo che prima ci dovrebbe essere un periodo di discussioni informali con gli altri membri dell’UE e con la Commissione Europea per definire le questioni principali e un calendario fattibile.

Alcuni hanno persino suggerito di invocare l’articolo 50 solo dopo le elezioni presidenziali francesi di maggio 2017 e le elezioni parlamentari tedesche del prossimo anno per evitare che la Brexit diventi un problema nelle campagne elettorali.

L’idea, dicono gli attivisti, sarebbe quella di dare agli altri leader dell’UE il tempo di rendersi conto che hanno bisogno di un accordo commerciale “amichevole” con il Regno Unito per continuare ad esportare i loro beni di consumo nel mercato britannico senza tariffe.

La Gran Bretagna potrebbe, tecnicamente, ignorare tutto questo e scrivere semplicemente le leggi dell’UE, anche se questo non renderebbe più facili i negoziati futuri.

Ma questo preoccupa gli attivisti secondo i quali questo potrebbe vedere il Regno Unito tornare a commerciare con l’UE secondo le regole dell’Organizzazione Mondiale del Commercio, il che comporterebbe che gli esportatori sarebbero colpiti da tasse di importazione, o tariffe.

Il parlamento non resterà in silenzio

(Immagine: James Newcombe)

Il processo di uscita del Regno Unito dall’UE comporterà, in ultima analisi, l’abrogazione della legge sulle Comunità europee del 1972, il breve atto legislativo che ha portato il paese nella Comunità Economica Europea, come era allora conosciuta, e che dà il primato al diritto comunitario nel Regno Unito.

Significherà anche passare al setaccio circa 80.000 pagine di accordi UE, che sono stati promulgati negli ultimi cinque decenni, per decidere quali saranno abrogati, modificati o mantenuti. Un processo che dovrà supervisionare il Parlamento. 

Westminster dovrà infine ratificare il trattato che autorizza il ritiro del Regno Unito.

La maggioranza dei 650 deputati britannici si è espressa a favore della permanenza della Gran Bretagna nell’UE e, pur dovendo rispettare la volontà del popolo britannico, non rimarrà in silenzio. Si sono già mossi i circa 450 parlamentari che vogliono rimanere nell’UE, attraverso i partiti laburista, conservatore, SNP, Plaid Cymru e Verde, per mantenere il Regno Unito nel mercato unico.

Stanno pensando a un accordo chiamato “Maastricht al contrario”, significherebbe che la Gran Bretagna dovrebbe mantenere le sue frontiere aperte ai lavoratori dell’UE e continuare a pagare l’UE – il che, probabilmente, risulterebbe inaccettabile per i 17 milioni di persone che hanno votato Leave nel referendum. 

I parlamentari sarebbero giustificati , a mantenere le cose come sono, dal fatto che gli attivisti di Leave si sarebbero rifiutati di specificare che tipo di rapporto il Regno Unito dovrebbe avere con l’EU.

Chi guiderà le negoziazioni?

Boris Johnson e Michael Gove (Immagine: Reuters)

Poi c’è la questione di chi farà le trattative per la Gran Bretagna.

I membri più anziani del governo – David Cameron, il Cancelliere George Osborne, il Ministro degli Esteri Philip Hammond e il Ministro degli Interni Theresa May – sono tutti sostenitori di Remain.

Per gli attivisti di Leave sarebbe meglio che a guidare le trattative sarebbero gli attuali ministri e alti funzionari pubblici – tra cui il segretario di gabinetto Sir Jeremy Heywood – e si aspettano di ricoprire un ruolo importante in questa fare di uscita, così come le figure di altri partiti, affari, legge e società civile.

Ora, tuttavia, sembra certo che il prossimo Primo Ministro, chiunque esso sia, prenderà in mano il processo. Potrebbe trattarsi di Boris Johnson o di Michael Gove. Entrambi hanno ricevuto consensi positivi, qualunque sia l’esito del voto.

Da non dimenticare che anche le amministrazioni decentrate in Scozia, Galles e Irlanda del Nord vorranno essere rappresentate nel processo.

Il futuro del Regno Unito

Il primo ministro scozzese Nicola Sturgeon tiene una conferenza stampa alla Scotland House in occasione della sua visita a Bruxelles, Belgio, il 29 giugno 2016. Sturgeon ha incontrato i leader del Parlamento europeo per discutere sul futuro delle relazioni della Scozia con l’UE. EPA/GEOFFREY VAN DER HASSELT / POOL

Il voto sulla Brexit preoccupa Westminster sul futuro del Regno Unito.

L’SNP ha avvertito durante la campagna elettorale che se, come è successo, il Regno Unito avesse votato per lasciare l’UE, ma gli scozzesi hanno votato per rimanere, la Scozia sarebbe stata espulsa dall’UE “contro la sua volontà” e questo potrebbe essere l’innesco per un’altra votazione sull’indipendenza.

Secondo i dati del Senior SNP, il voto mostra che la Scozia vede il suo futuro nell’UE e che la questione del suo status costituzionale potrebbe essere rivista.

Il primo ministro Nicola Sturgeon ha detto che la questione è tornata “sul tavolo”, mentre il suo predecessore Alex Salmond è andato oltre, dicendo che una seconda votazione potrebbe avvenire entro i prossimi due anni e mezzo, a seconda di quanto tempo impiegherà il Regno Unito a uscire.

La mancata vittoria della maggioranza del PNS nelle elezioni di Holyrood del mese scorso significa che un secondo voto sarà più difficile da ottenere, con il governo britannico meno disposto di quanto non lo fosse nel 2012 ad accettare l’idea. Non ci sono, ovviamente, garanzie che una Scozia indipendente possa essere ammessa nell’UE.

Anche in Irlanda del Nord ci sono preoccupazioni sulle implicazioni del voto di Brexit per le sue relazioni con la Repubblica d’Irlanda. Gli attivisti di Remain hanno fatto sapere che il voto sulla Brexit potrebbe annunciare il ritorno di “duri” controlli alle frontiere tra il Nord e il Sud. Ma, il governo irlandese, che a cuore questo tema e ha affermato che il futuro della frontiera è una delle questioni prioritarie nella sua pianificazione di contingenza.

Il Sinn Fein ha chiesto un voto sulla riunificazione dell’Irlanda, ma questo è stato respinto dal governo britannico.

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